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  • Immagine del redattoreLaura Spadoni

Dieci minuti per stravolgere la tua vita

Aggiornamento: 3 feb 2019


Nel corso della nostra vita siamo tante cose: siamo felici, tristi, arrabbiati, sicuri, scettici, con i capelli scalati, media lunghezza, lunghi, con lo shatush e la frangetta, il crestino e la boccia. Con cinque chili di troppo, cinque di meno. Con la testa fra le nuvole, fra le mani, fra le poltrone di un cinema, di un teatro, incastrata in un abbraccio.


Siamo anche, a volte, con gli occhi lucidi per le risate e per la commozione, per una perdita o per il solletico. E siamo soli, poi insieme, poi in compagnia ed ancora in gruppo; un po' troppo ampio, un po' troppo ristretto. Ed in coppia, mano nella mano, a braccetto, in cerchio. Siamo spesso in coda, in fila indiana: all'asilo, alla cassa, alla posta, al bagno del centro commerciale, al botteghino, in copisteria, al casello dell'autostrada.

Nel corso della nostra esistenza siamo abituati ad essere tante cose, ad esistere, a trascorrere la pausa misurata dal ticchettio appena percettibile delle lancette - pause di minuti, giorni, anni - esattamente alla stessa maniera. Esattamente come noi e solo noi faremmo. E questo, di solito, ci piace definirlo quotidianità. E la quotidianità, ci fa stare bene, ci protegge, ci tiene alla larga "dalla violenza della realtà", che sa davvero essere ostile quando si impegna.


La quotidianità, ci aiuta a scandire il nostro tempo, a programmarlo, a prevederlo, ci induce ad abbassare le difese. Ad esistere in un universo familiare e confortevole. Fino a quando non ci imbattiamo in momenti di rottura, come rivelazioni, epifanie, momenti in cui ci sentiamo "sottovuoto, con l'aria che manca, il corpo che si mette a galleggiare, per conto suo, dentro una specie di sacchetto. E fuori dal sacchetto tutto il mondo". Istanti in cui non siamo in grado di riconoscerci e rigettiamo la realtà dei fatti. E può accadere a trent'anni (La vita alla soglia dei trenta) , come a cinquanta o a dieci. Prima, o poi. Presto o tardi. Comunque arriva, sempre, quell'istante spigoloso a prendere il posto della confortante normalità che ci siamo costruiti e la punzecchia fino a renderla una "massa informe, sfilacciata, ferita, che come unico perno su cui girare ha lo smarrimento". Arriva per tutti e per ragioni differenti, come una malattia esantematica che bisogna contrarre per star bene dopo. E non c'è scampo, ci si deve passare. E in quel momento siamo soli, noi, il virus e la forza di volontà a fare da anticorpo.

Chi più, chi meno, tutti siamo chiamati a sbattere con la faccia sul pavimento. C'è chi è capace di rialzarsi e rimettersi in gioco, chi no. Ed è questo il messaggio racchiuso nel romanzo autobiografico Per dieci minuti di Chiara Gamberale, scrittrice ma ancor prima donna, con le sue fragilità e le sue paure, che ha reso testimonianza dello smarrimento dei trentacinque anni, "quasi trentasei".

E' questa la vera morale, il motivo per cui è necessario immergersi in queste meravigliose pagine: Chiara Gamberale ci pone di fronte ad una verità che non sappiamo accettare: che è inevitabile e qualunque sia il dolore che destabilizza la normalità, va affrontato.

E' indispensabile perciò occupare quella pausa tra un rintocco di lancette e un altro con le parole di Per dieci minuti. Perché capita, almeno una volta nella vita, di dover lasciare a malincuore la casa di sempre, come racconta la scrittrice con la Sua di Vicarello; di rinunciare alla quotidianità di paesino e adattarsi a quella frenetica di città. Capita. Succede, presto o tardi, di dover rinunciare alla protezione dei genitori, che per la Gamberale fino a poco prima erano dirimpettai, al massimo a qualche metro più in là, dall'altra parte dell'orto, sempre vigili e pronti a correre in suo soccorso alla prima chiamata. Però capita di dover lasciare alle spalle quella sicurezza annidata oltre ai pomodori, a qualche pianta di lattuga per qualcosa di estraneo, di lontano, che non si conosce. Per i palazzi, le auto, la convivenza matrimoniale, lo stress, i bisticci, gli impegni e la crescita personale. Capita, prima o poi, di essere silurati e dover lasciare il proprio lavoro, anche se lo si ama, per fare posto a qualcun altro, magari anche meno capace, meno brillante, che però è meglio di te agli occhi degli altri come è accaduto per Chiara, nei suoi "quasi trentasei" anni. Racconta nelle pagine del suo romanzo, una situazione comune, di come a malincuore, ha dovuto cedere alla vincitrice morale del Grande Fratello la Sua Rubrica, che in fondo SUA non è stata mai - come la casa a Vicarello, le certezze e la protezione dei genitori.


Ed è questo il punto.


Capita a tutti, prima o poi. Capita di ricevere una chiamata strappa certezze che ti mette con le spalle al muro. Un "non c'è l'ha fatta", un "non possiamo più permetterci di tenerLa", un fatidico "Non torno più", che ti ricorda di essere al mondo come un granello di sabbia su una spiaggia che, d'un tratto vien spazzato via nella sua immensa piccolezza. Basta solo una chiamata a cancellare la consapevolezza di esistere, di possedere qualcosa, di poter avallarsi del diritto di usare un pronome possessivo. Un Mio, Mia, Nostro.

Una semplice chiamata, come quella ricevuta dalla Gamberale da parte del marito e compagno di vita che le annuncia la fine di un matrimonio, ad abbattere.


E quando i ricordi di ciò che si era fanno male, bruciano e infiammano e le possibilità di ciò che si potrebbe diventare terrorizzano, ci si sente smarriti e bloccati da forze che non si possono governare. E proprio in quel momento, accade. Si perde il senso e il valore della quotidianità e di quelle pause regolatrici, di quei secondi e minuti e anni così traboccanti di passato che non tornerà più. E a Chiara, a tutti noi, ciò che resta è il dolore ed il rimpianto, in una grande e indifferente Roma che "se ne frega e basta" delle tue disavventure, dei sottovuoti. A riempire una mancanza è solo la consapevolezza di non potersi riconoscere nel mondo. E, magari, una terapista. E, magari poi, forse, un gioco.


Una sfida. Per chi non ha nulla da perdere. "Dieci minuti da spendere al giorno. Tutti i giorni. Per un mese. Dieci minuti per fare una cosa nuova, mai fatta prima. Dieci minuti fuori dai soliti schemi" per provare a smettere di avere paura e tornare a vivere. Per ricostruirsi un'identità nuova, che attende di essere vissuta.

Un gioco che Chiara decide di giocare e che le insegnerà a vedere il mondo con occhi diversi, a trovare il senso profondo di tutto quello che la circonda, a vedere l'essenziale, l'impercettibile...


E la gioia di imparare a usare i fornelli per preparare dei pancakes. E l'adrenalina di rubare uno yogurt da un supermercato. E di camminare di spalle, nel verso opposto per la città senza vergogna. E la spensieratezza di trascorrere il natale in compagnia di chiunque. Fino a capire, ad ammettere:


"Da quando la mia vita è vuota mi son accorta che è così piena"


Per dieci minuti è la testimonianza che "il meglio sta in tutte quelle esperienze che ancora ci aspettano", che "il meglio deve ancora venire". E che, per essere felici, è necessario costruire il proprio equilibrio, un mattoncino per volta, di dieci minuti in dieci minuti. Partendo, magari, da una lettura che vale la pena concedersi.

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