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Ancora 1
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 30 set 2017
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 15 ott 2017

"Si ricorda ai passeggeri di non lasciare incustoditi i propri bagagli in aeroporto per motivi di sicurezza..."


La voce metallica del megafono si disperde nell'aria e si mescola al ticchettio dei passi della folla sul pavimento di marmo. Questa mattina all'aeroporto di Zaventem la luce timida di un sole assonnato filtra leggera dalle grosse vetrate ai lati del corridoio. Sulle mattonelle, l'albore dei raggi crea giochi di colore, mischiandosi alla luce artificiale delle grosse insegne a neon. Di tanto in tanto, sagome scure nascondono come nuvole, lo scintillio. Sono le ombre di viaggiatori in partenza. Non può essere altrimenti, chi marcia sul pavimento dell'aeroporto di Zaventem vuol solo viaggiare.


L'orologio segna le 7.30 del mattino, presto al Terminal A la American Airlines e la Brussels Airlines annunceranno i loro voli. In un angolo della hall partenze una donna è seduta su una sedia di ferro un po' scomoda. Ha il viso assonnato e sembra faccia fatica a scartare la confezione di uno snack. Una battaglia da cui però ne esce vincitrice, grazie a quello strano portachiavi che sua mamma le ha regalato per il compleanno. Porge la merendina alla bambina seduta accanto, una graziosa bimba con le treccine bionde e le guance macchiate di lentiggini che occupa appena metà del sedile e agita le gambine guardandosi i piedi. "Perchè dobbiamo aspettare? " chiede con gli occhietti vispi, decisamente più sveglia della madre, prima di dare un morso ad una barretta che non le placherà la fame di partenza. "Io voglio vedere l'aereo!". La donna, accarezzandole dolcemente il capo, le spiega il motivo dell'attesa. "Dobbiamo aspettare che la signora che annuncia i voli ci dica che possiamo metterci in fila. E dopo possiamo salire. Ora mangia la cioccolata e offrine un po' all'orsetto".


Un uomo alza lo sguardo dal giornale che sta sfogliando e le osserva. Sorride e ripensa a suo figlio, che non rivede da qualche mese per via del lavoro, e al regalo che ha preso per lui da Bruxelles, quel videogame che tanto desidera. Abbassa gli occhi sul titolo in prima pagina "Salah Abdeslam ferito e arrestato a Bruxelles" e riprende la lettura da dove l'aveva interrotta.


In fondo alla sala partenze Stef controlla che il metal detector non suoni. Chiede con fare gentile le carte d'imbarco e il documento e ricorda di lasciare nella cassetta gli oggetti metallici. Pensa a Larissa, oggi non è di turno. La giornata è un po' più triste del solito. Le manca il suo sorriso e attende con ansia la fine della giornata lavorativa per poterla riabbracciare, una volta tornato a casa.


Due amiche in fila al gate attendono di imbarcarsi. Ridono e scattano qualche selfie, tormentandosi a vicenda su cosa scrivere prima di postare l'immagine su facebook. "Pronte! che dici, scriviamo una cosa semplice". "No, è troppo banale, dai. Tu sei brava con le parole, impegnati un po' di più. pensa.."


Uno steward supera le ragazze a grandi falcate. Il volo per Roma decollerà a breve.

L'orologio di Hussein, l'uomo dalla pelle scura e con dalla barba folta, segna le 7.45. Le vetrate tremano e dall'alto una pioggia di schegge vitree colpisce la folla che, come impazzita, corre verso l'uscita. Sembra muoversi tutto a rallentatore. Il rumore dell'esplosione è ovattato. La gente che sgomita e spinge urlando sembra la protagonista di un fotogramma in movimento. Hussein ha la voce graffiata quando realizza cosa sta accadendo nella hall partenze. Sa solo urlare "questo non è l'Islam!".

Stef è chiuso in un bagno di servizio. Le mani tremano. Ha ben stampato nella mente tutto quel sangue. Il cuore impazzito batte contro le costole, come se volesse fuggire insieme agli altri, ancora vivi. Stef però lo ignora. Ripensa a quel fucile buttato per terra e al rumore del pianto rotto che si mischia con il silenzio assordante della toilette. Stef ha paura di non rivedere più Larissa.



Marie era poco distante dalla bambina con le trecce bionde e leggeva distrattamente un libro quando le urla in arabo l'hanno investita. L'uomo con il giornale stretto tra le mani era una statua di sale e guardava incredulo l'orrore.

Nell'aeroporto di Zaventem si voleva solo viaggiare. Perché a Bruxelles l'aeroporto è come tanti altri, è un luogo d'incontro e d'apertura, un luogo di tolleranza, una stretta di mano con il mondo. Un ponte tra culture. E a Zaventem i viaggiatori volevano solo presentarsi e aprirsi alla vita. Ma i turisti in partenza sono costretti ad abbandonare i bagagli e i trentadue corpi senza vita su quel marmo che non brilla più.

Corrono all'esterno in cerca di riparo. Urlano, imprecano, piangono. Qualcuno ha addirittura pensato "prendo la metro e mi chiudo in albergo".

 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 30 set 2017
  • Tempo di lettura: 4 min


Attende, è silente e aspetta. Ama riflettersi sul finestrino delle macchine in movimento per disegnare sui volti dei passeggeri, ghirigori di luce e fantasia. Quando vede passare qualche auto, il parco delle Marmore saluta dall'alto con cenno aggraziato. Già in lontananza, palesa la sua vena gentile e ospitale da paesaggio adeguato per lasciarsi andare alla vita.


Sulla cima della Valle Valnerina, come una sirena che con il suo canto attrae e richiama, fa danzare la sua ugola sottile, cosparge nell'aria coriandoli di libertà e freschezza e crea attorno a sé un campo magnetico,un abbraccio di cui le auto, restie a staccarsi, non sono mai sazie.


I conducenti di tutte le età, attratti dal fascino giurassico del panorama, si destreggiano tra i tornanti e sfidano la pressione. Ignorano quel dito fantasma che, con dispetto sadico, preme sui timpani e infiamma le orecchie, pur di raggiungere quel luogo incantato. Noi con loro.


E' un colpo di fulmine imprevisto. Credo di essermene innamorata, e come per ogni amore sincero, non temo alcuno ostacolo. Neppure il cambio di pressione.

Sulla vetta mi attende un grande piazzale di cemento, contrassegnato da una grossa P bianca su sfondo blu, che obbliga gli autisti ad abbandonare la vettura.


Ad ogni ora sullo slargo visitatori diversi si sfidano a tetris, giocano ad incastrare e affiancare i loro mattoncini metallici dalle forme e dalle tinte più disparate. E a fine partita, con un colpo secco che rimbomba nel silenzio dell'ambiente incontaminato, chiudono le portiere, abbandonando nell'abitacolo per qualche ora i problemi e le frustrazioni.


Su quel piazzale mi son spogliata delle ansie e dei problemi della mia vita, e anche di qualche maglia di troppo, per dirigermi, più leggera, verso l'ingresso.


Alla biglietteria regalano sempre una mappa, come a sottolineare che perdersi nel parco è del tutto naturale. Sulla cartina plastificata, il disegno della valle ha la forma di una grossa macchia di benzina verdastra. E' allungata ai lati e un rivolo celeste, come il solco di una lacrima, scorre al centro della figura, dividendola esattamente a metà.


La mia posizione è segnata da un bollino rosso e un rassicurante "voi siete qui" a carattere cubitali che però non attutisce il colpo, oltre l'infopoint, sferrato da un vento umido e appiccicoso che sembrava attendermi da tempo per spazzare via ogni mia piccola certezza. Una sorta di battesimo forse, senza il quale è impossibile attraversare i due ponti stretti e traballanti, sospesi nel vuoto alle porte del parco, le sole vie che collegano la vita reale al sogno. L'essere intrepidi è una prerogativa della Valle: una volta varcato il confine tra noto e ignoto è davvero difficile ritrovare sé stessi.


Oltre le porte d'ingresso il parco delle Marmore è una gamma di colori assoluti: il verde della fauna selvatica, il blu del cielo, il bianco sgorgante delle acque della cascata e le tinte vivide di due arcobaleni gemelli, uno accanto all'altro, pronti a sostenersi ad ogni intemperia, figli di goccioline fluttuanti, sospese nel vuoto, e di perforanti raggi solari.

Una specola marmorea, se ne sta solitaria ad un lato della rupe e, come un fotografo, dal suo obiettivo incornicia lo spettacolo.


Il rumore della cascata che trabocca scandisce lo scorrere del tempo. Il salto è un incessante pianto che accarezza e leviga le cicatrici delle rocce. Lo riconosco, è il gemito di dolore della ninfa Nera, la figlia più bella del dio Appennino, trasformata in acqua che scorre dall'invidia della dea Giunone, furiosa dell'amore profano tra la divinità e il pastore Velino.


Il primo salto in breve è la casa per gli affranti, il luogo perfetto per disinfettare le ferite del cuore con le lacrime di un amore punito, per ricucirle con colori e vita di una natura meravigliosa.

I sentieri del parco, che si divincolano tra gli alberi e i cespugli come serpi, ripercorrono il folle gesto d'amore del pastore Velino, che si lanciò nel vuoto e rinunciò alla sua vita dopo aver perso l'amore. Sono sentieri che si snodano come arterie e trasportano passioni, chiacchiere, pensieri, sentimenti. Uomini.


Le coppie, mano nella mano, con il respiro pesante e i polpacci che bruciano quanto le pene del cuore, battono quelle stradine ripide e terrose per raggiungere il secondo salto, guidati dallo sciabordio delle acque che ricorda l'urlo disperato del pastore che a squarciacuore urla le sue pene d'amore.


Sulla strada incrocio un'insenatura e, presa dalla curiosità, mi addentro nel buio di una grotta umida e scivolosa per riemergere alla luce di un balcone dedicato agli innamorati che, come ogni relazione, affaccia sul mistero della vita. Una pioggerellina leggera mi bagna, ma non mi convince a rientrare nelle tenebre. Stringo i denti e tengo duro. Come con tutte le cose belle, per guadagnarsele il sacrificio è necessario.


Ficus, ninfee, margherite e ortiche colorano la valle incantata, e il canto degli uccelli riempie di vita il terzo salto dove la luce del sole, riverente, si fa tenue e filtra con debole dolcezza tra i rami.


Le rocce, come graffi secchi e sottili, creano scorci suggestivi sul fiume Nera. Il silenzio luttuoso della natura è rotto di tanto in tanto da una sirena che avverte del cambio del flusso dell'acqua. Perché le cascate delle Marmore, le più alte d'Europa e a flusso controllato, sono un po' come il cuore dell'uomo: cangianti, lunatiche e con alti e bassi.


Ma in fin dei conti tutto il Parco delle Marmore in fondo è una grande metafora.

I visitatori sono sempre un po' impacciati, con le cartine alla mano, smarriti, affannati, con il petto che si gonfia e si sgonfia veloce, che elemosina ossigeno. I polpacci che bruciano, le ginocchia che scricchiolano, i piedi che pungono e l'umidità che raffredda le dita delle mani e inumidisce gli occhi. Eppure son sempre felici di essere lì. Di vivere quell'incanto.


Perchè il Parco delle Marmore è una grande metafora. Tornati alle loro auto, i turisti rivedono su qualche schermo punterellato da goccioline di umidità rarefatta, i momenti più belli immortalati durante la giornata e conservano di quelli scenari mozzafiato un tenero ricordo.


Perché il Parco delle Marmore è davvero una grande metafora. Vale la pena viverlo, nonostante i sentieri ostici, gli alti e i bassi, le gocce che inumidiscono le guance come lacrime di dispiacere. Vale la pena viverlo, anche se a tratti brucia.

Perché il Parco delle Marmore è come una grande storia d'amore: anche se a volte ferisce, regala emozioni che non si cancellano più.

 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 30 set 2017
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 8 mar 2019

Questa mattina l'odore di mimosa invade incurante le strade di Roma. Irrompe nelle auto in coda al semaforo, infiltrandosi nei parabrezza chiazzati, che nessuno oggi pretenderà di pulire. Aleggia attorno ai chioschetti sempre aperti dei bangladini, commercianti che sorridono e pregustano il sapore di una giornata d'affari fortunata.


A piazza di Spagna sono tanti i venditori ambulanti che oggi hanno messo da parte le consuete rose e dispensano piccole composizioni floreali color canarino. I mazzetti di pois, avvolti in una carta argentata decorativa, tingono di giallo il grigiore di una giornata uggiosa e senza sole. E li vedi, che correndo, i venditori inseguono i mariti distratti, quelli sempre di fretta, che sfruttano i 5 minuti di pausa per comprare le sigarette, gli stessi che devono controllare che nessuno ammacchi l'auto e che sono sempre in affanno e in allerta nell'eventualità che dall'ufficio li richiamino. Uomini che, se placcati e messi alle strette, scavano nel portafogli e nelle tasche in cerca di qualche spicciolo per comperare un ramoscello scarno che attesti il loro amore ad una donna, o più di una. E che quando, sul fondo di un portamonete griffato, trovano un euro, arricciano il naso e pensano che sarebbe stato meglio pretendere il resto, i centesimi son più che sufficienti a testimoniare cosa cela il loro cuore.


Sono i mariti che nascondono le banconote nelle tasche del portadocumenti di pelle quando da casa chiedono un aiuto per la spesa, uomini d'affari gelosi del bottino che andranno ad investire le loro ricchezze in alcool e barattoli, in acido, la vera dimostrazione d'amore. Sono gli stessi mariti che, dopo aver congedato con arroganza il venditore ambulante, accartocciano il mazzolino di fiori nella ventiquattro ore e gironzolano per la capitale con i colleghi e gli amici. Sono i mariti che dopo il lavoro hanno il calcetto e che devono cenare alle 20.00 in punto, e se quella continua a sbagliare i tempi di cottura, tocca mangiare freddo e e vanno su tutte le furie. Sono i mariti che hanno occhi per tutte ma se qualcuno ha occhi per lei sono pronti a sfregiarle la faccia e renderla irriconoscibile.



Sono mariti che amano il loro lavoro e detestano sapere le loro mogli in carriera, alla loro altezza, anche più in gamba. Magari migliori. Sono uomini che ogni giorno regalano insulti per ricevere in cambio amore. Sono bimbi capricciosi che puntano la loro lente d'ingrandimento su esseri fragili come formiche, sentendosi padroni del mondo, e le guardano contorcersi e bruciare, dimenticando di quanta forza si nasconde in quei corpicini all'apparenza di poco conto, che come formiche, hanno trascinato sulle spalle il peso delle illusioni d'amore tradite.

Però amano la donna e l'8 marzo la festeggiano regalandole un mazzo accartocciato di pallini dorati dal profumo di compassione. Perché anche lei ha il diritto, l'unico e solo, di essere amata.

 
 
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