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Ancora 1
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 28 ott 2018
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 4 dic 2018



Gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori [...] Una vita nella quale, pur essendo la mia per loro, io non potevo penetrare

- Luigi Pirandello. Uno, nessuno, centomila


(i followers)


Esiste il mondo, e poi, anche una realtà parallela. Un mondo fisico ed uno metà-fisico, un mix di reale e ideale. Una dimensione in cui, per accedere hai bisogno di chiavi, e - se te ne dimentichi - potrebbe non esserci un fabbro abbastanza abile da lasciarti accedere.


Esiste il mondo reale, e poi, anche una realtà mondiale, in cui le distanze si fanno piccole, l'universo è un maglione di cachmere dopo una centrifuga impostata male e tutto è possibile.


Esiste il mondo in cui sei e sarai chi sei per sempre, un luogo terreno dove al massimo puoi concederti il lusso di migliorare. E poi, c'è la realtà, quella ideale, sede della perfezione, in cui sei chi lasci credere tu sia a uno, a nessuno, a centomila, una vita, nella quale, pur essendo tua per loro, non puoi penetrare. Una realtà che non ti è concessa vivere ma solo, interpretare.


Esiste il mondo e, poi, c'è la realtà parallela, dove gli schermi sono lo specchio dell'anima e tu l'allodola. Il mondo reale, e poi, una realtà parallela, dove la chirurgia plastica è superata e sono gli editor a compiere i miracoli estetici. In cui sono tante le maschere e pochi i volti. Dove c'è meno silicone, più color filter.


Esiste il mondo reale, e poi, una vita parallela in cui un giorno esisti e, quello dopo, non ci sei più. A questa realtà si è dato un nome e, delle volte, piace chiamarla Facebook. Una realtà parallela, imprescindibile dalla vita vera, che sa ribellarsi e trascina, modifica i comportamenti e prende in ostaggio i ricordi, l'identità le amicizie.


Facebook, una realtà che ti costringe ad essere un Mattia Pascal inerme che guarda da fuori il mondo e pensa:


"io mi vidi escluso per sempre dalla vita, senza possibilità di rientrarvi"

Facebook, una fiction in cui sei un personaggio sprovvisto di autore che si lascia guidare dai fans - che piace chiamare followers (anche se a seguirli sei sempre e solo tu) - attori a loro volta, di un circolo vizioso in cui il mondo reale, Padre del tuo vero io, non è conteplato.

Attori: Finzione! Finzione! Padre: Ma quale finzione, realtà! Realtà, signori, realtà.

Un tempo, magari non molto lontano, al posto di blocco gli agenti di polizia, piuttosto che la patente e il libretto di circolazione, chiederanno di favorire username e password. Si aspirerà ad essere più simili al proprio avatar online, piuttosto che ad una celebrità. Con la fronte aggrottata ci si concentrerà a somigliare più a se stessi. E se ci si ammalerà, sarà di impopolarità e di inettitudine, tutti in coro urlando contro al mondo:

Macché realtà! Finzione, finzione!

Ma fino ad allora, mi piace pensare che Pirandello aveva solo predetto Facebook.


 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 23 set 2018
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 24 set 2018


Il mai 'na gioia è un palliativo. Pronunciarlo attenua i sintomi della meraviglia, quella trascurabile, che si nasconde dietro alle piccole cose che sanno dare sollievo per un po'.


Ad esclamarlo concitato, il mai 'na gioia può funzionare da sedativo al mal di stupore che ci affligge e non si riesce a combattere, cancro inarrestabile che colpisce dritto al centro motore, quel muscolo spugnoso, ticchettante e beffardo. Una cura al morbo che attacca il sistema immunitario e le barriere di indifferenza per innalzare castelli di carta, alti e maestosi, aspettative, pronte a crollare al primo sbuffo leggero e arrogante di un bambino dispettoso, come è l'ignoto, come il futuro, come il chissà che diventa adesso. E l’adesso che non è mai uguale al forse sarà.


E allora mai 'na gioia, perchè così com'è, il momento, la giornata, il semestre, l'anno, la vita non va bene mai, perchè poteva essere qualcosa di più, però poi si è messo di mezzo quell'imprevisto, quella brutta piega, quel banco a scuola, quel tavolino al bar, la sella di un motorino, una chicchierata intrattenuta senza dire nulla, quella animata da tante cose da dire, la beffa del caso che - quando ci si mette davvero! - il brutto tempo, un bicchiere di troppo, uno mancato, un sorriso, una lacrima, le carezze intrappolate in un palmo chiuso, un pugno sciolto in una mano aperta, i volti che costellano una stanza, che affollano una piazza, che infestano un'esistenza, che la forgiano.


Lo senti, il ticchettio di quel muscolo spugnoso e beffardo che accellera, il castello che crolla, la voce che si inasprisce e tu che subito: mmmh mmmmh, se, se, un due tre, prova prova,mi sentite li in fondo? Anche? Tutti? Si?! Ok! mmmmh mmmmmh MAI 'NA GIOIA OH.

Tu che, quando fuori piove, ti ricordi troppo tardi di aver dimenticato l'ombrello e allora anche il tuo umore si fa nero. Tu che quando sei in attesa di un mezzo pubblico, questo va in panne e perdi la corsa. Tu che ordini un pacco e il contenuto ti arriva difettoso. Tu che fai la fila al reparto salumi e quando è il tuo turno, è già tutto terminato. Tu che becchi l'influenza solo durante le vacanze, proprio tu, che sai amare chi non ti ama e non ami chi saprebbe davvero farlo. Tu che hai tante cose da dire, ma non sai comunicare. Tu che sogni, poi ti svegli.


E poi, ticchettio, crollo, voce insaprita e: mai 'na gioia.


E' spontaneo, semplice, come quello che segue dopo. Perchè ad ogni mai 'na gioia pronunciato, segue sempre una grande risata, che esplode così, all'improvviso, quando frughi nelle tasche del tuo zaino e realizzi che l'ombrello è nell'altra borsa, proprio quando ti serve. Quando il monitor della fermata segna 260 minuti di ritardo e il marciapiedi si affolla. Quando scarti la confezione Amazon e ti ritrovi un puzzle di cocci da ricomporre, ma il reso non vale l'attesa. Quando finalmente servono il numero 79 ma i fortunati dal 56 in poi hanno già saccheggiato il bancone. Quando il mercurio del termometro si spinge oltre il 38.


Mai 'na gioia. Mai oh, davvero, Ahhhhhhh...ah-ah, mai mai, ahahah ma manco per sbaglio... AHAHAHAHAHAH.


Perchè il mai 'na gioia è un palliativo per noi che collezioniamo meraviglia e viviamo in funzione di momenti di trascurabile felicità. Per noi, che siamo completi, comunque. Per me perchè compongo il mio personale album della serenità e colleziono momenti semplici, come fossero figurine rare. Come quando...


Quando entro al bar non devo dire nulla, mi lascio riconoscere e:


"Buongiorno, il solito?"

"Grazie!"

"A te. CAPPUCCINO DA PORTAR VIA PER LA RAGAZZA!!"


Quando ci sono le strisce pedonali e non devo combattere con l'ansia di attraversare correndo e pregando che non mi investano.


Quando mi abbracciano, senza motivo, solo per farmi sapere che mi vogliono bene.

Quando lo fanno per chiedere scusa. Quando lo fanno perchè sanno che mi fa star bene.


Quando il mio gatto non miagola alle 4.00 di notte solo perchè vuol assicurarsi che sia in camera. E mi lascia dormire.


Quando ho il coraggio di dire qualcosa che mi fa paura. E le mani tremano, la spugna ticchettante picchia forte in petto ed io, per una volta non sto zitta. E allora, respiro, mi butto e lo dico. E non mi importa se ho la voce rotta, se traballo e son farfalla. In quel preciso istante non penso più all'effetto che fa, alle reazioni. È un momento, dove penso a me prima, e poi agli altri.


Quando c'è sciopero però ho il passaggio in moto per andare in ufficio e non devo fare la levataccia. E non devo sgomitare, e non devo fingere di non sentire quando il pazzo di turno ti sbraita addosso. E non devo ripassare le regole de I quattro cantoni e ringraziare poi i miei amici di infanzia per avermi insegnato a correre veloce e ad occupare un posto libero prima degli altri.


Quando dico "io l'avevo detto" quando l'avevo detto davvero.


Quando mi dicono che scrivo bene. Perché so che quello che ho scritto è arrivato. Perché so che quello che provo, è condiviso. E il turbamento di uno diventa dolore a metà.


Quando chi non senti da un po' ti chiede"Come stai?" perchè lo vuol sapere e chi vedi spesso ti chiede "Come stai?" solo quando ti vede turbato, perchè altrimenti è un intercalare.


Quando suona la sveglia ma è sabato e posso disattivarla e continuare a dormire.


Quando rientro dopo una giornata fuori e la casa ha il profumo di cena.


Quando faccio qualcosa solo perchè voglio che gli altri sorridano, e loro sorridono per un po' e poi magari se ne dimenticano. Il momento di felicità è lì, sapere che i miei gesti non sono mai scontati. E che a mio modo, sono anche io un momento di trascurabile felicità.


Quando desideri tanto qualcosa che "ma figurati, ma ti pare? non potrebbe mai!" e poi, tac, succede. O quando non la desideri affatto, non ci avresti mai pensato, "non l'avrei mai detto, ma no impossibile!" e poi, boh, succede.


Quando ho il coraggio di essere chi sono senza la paura di sentirmi in errore.


Per me, per te. E' per gente come noi che è stato pensato il mai 'na gioia, per chi colleziona meraviglia e non ha bisogno di fortuna. Per me, per te, per chi la fortuna, se la crea.


Il mai 'na gioia è un po' il nostro "Come stai?", quello detto così, per intercalare.


 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 31 lug 2018
  • Tempo di lettura: 2 min


Queste parole andrebbero lette come sono state scritte, con i Coldplay in sottofondo. Andrebbero lette, come sono state scritte, partendo dalla fine, dall'emozione del minuto 4.56 di Fix you.


Perchè si parte sempre dalla fine, per capire meglio. E poi si va a ritroso, e ancora indietro. Sempre, sempre più indietro.


E ci son giorni, come questo, in cui vorrei concedermi di fare qualche passo indietro, giusto qualcuno, per poter guardare al mondo così. E vedere rimpicciolire mani, gambe, piedi. Indossare un 27 e svestirmi di cicatrici, responsabilità, errori, paure, domande e frustrazioni.


Concedermi di arrivare lì, proprio in quel punto, quando tutto intorno era grande ma ai miei occhi sembrava poi, così piccolo e facilmente sormontabile. Quando anche il peso delle cose più banali, una sedia, una busta piena, la bicicletta, era sì troppo per quelle braccine esili, ma anche un non niente, davanti alla perseveranza.


Sarebbe bello tornare indietro, proprio a quei giorni, e guardare il mondo con gli occhi di chi ha quattro anni. Con lo sguardo di chi rompe e poi non paga, ma trasforma i cocci in uno splendido capolavoro di fantasia.


E, come con le nuvole, ci vede dentro gli animali più bizzarri.

Sarebbe bello poter tornare indietro come si fa con una canzone. Rivivere il minuto 4.56 una, due, tre volte.


Rewind.


E proprio in giorni come questo, divido le ciocche dei capelli e mi faccio due trecce, strette strette, rido di gusto e cancello le cicatrici per un po’, e me ne concedo solo una, una soltanto, tra il mento e il naso, una lunga iperbole sottosopra, che tende verso l’alto, all’infinito.


Sbagliata, come i problemi di geometria quando non hai studiato.


Al contrario di come andrebbe disegnata, come accade con tutte quelle cose che dovremmo prendere in un modo e a cui invece diamo una bella sterzata.


Fuori da ogni schema convenzionale che la vuole identica a tutte le altre iperboli.

In giorni così, indosso le trecce ed un sorriso e cerco colore, perché il grigio non piace a nessuno, perché il grigio è scuro, come il buio, e dentro non ci si vede, non si trova via d'uscita e poi stona, come i nuvoloni carichi di pioggia la settimana di ferie, e va spazzato via, sepolto. Prima che lui seppellisca te.


E anche quando c’è, anche quando è tanto grande, se indossi le trecce ed un sorriso, non si nota. E magari sta lì, lì dietro, la meraviglia dei quattro anni, quella che se ti sbucci un ginocchio e brucia, poi ci soffi su e passa tutto.


Magari sta lì e sai cosa fare, quando ti sbucci il cuore.


Forse sta proprio lì il segreto. Leggendo tutto dall'epilogo.


Partendo dalla fine.


Queste parole andrebbero lette come sono state scritte. Dal minuto 4.56.


 
 
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