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Ancora 1
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 29 dic 2018
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 1 gen 2019


364 giorni e pochi minuti alla mezzanotte. L'anno appena vissuto volge al termine e in quel preciso istante tutto sembra potersi rinnovare, si veste di una luce nuova, ritrova il colore perduto. Tutto può tornare al giusto posto, ed i cocci di ciò che è rotto si possono ricomporre come tessere di un puzzle, e la roba di cui ci si vuol disfare, la si può gettare al di là del davanzale, oltre la finestra, al di là del mondo che custodiamo.

In quell'istante, proprio tutto è un'occasione da cogliere al volo, l'alba di un nuovo inizio, la ristrutturazione del proprio animo, i lavori in corso per un futuro migliore, ancora migliore, anche se il rintocco delle lancette in sottofondo è sempre lo stesso.

Lento, ripetitivo.

Meccanico, ossessivo, che ad un tic, segue un tac. Poi un altro tic, ed ancora tac. E subito tic, e ecco che, tac.


Tic, tac...

Tic, tac.

Tic, tac.

Tic, tac.


Sempre la stessa musica, messa lì a suonare, colonna sonora di tutta una vita e dei suoi turbamenti, che però nell'istante che precede la fine dell'anno è come un sussurro che avverti appena, che quasi non c'è. E' quasi un respiro, il soffio del mondo a cui non fai caso. E le lancette ingabbiate in quell'orologio appeso alla parete, nell'istante prima della fine dell'anno, intonano note, creano arpeggi e sono l'iconografia della salvezza, a cui lanci occhiate fugaci, per assicurarti che è davvero il momento di rendere protagoniste tutte le speranze e i più profondi desideri di riscatto che hai messo da parte per un po', lasciate ingiallire in quel cassetto difettosso di cui hai smarrito la chiave.


Quel salvifico quadrante in quell'istante che precede la fine di un anno, a cui tu indirizzi le tue preghiere di felicità, e che intona per te un sonoro alleluja, chissà quante ne ha viste, sempre lì fermo, appeso alla parete come un crocifisso. Sempre lì, per anni in bilico su un chiodo arruginito, nel suo monotono battere le ore, che chissà se non si domandi quando arriverà il giorno in cui vedrà realizzate tutte le aspettative di cui si è fatto carico negli anni precedenti. Se le batterie che lo alimentano, reggeranno o si scaricheranno prima del tempo, ed il motore, che lo tiene in vita, si arresterà, ed insieme agli ingranaggi, anche la dimensione che chiamiamo tempo. Se mai avrà la forza di restare in quel precario equilibrio su un chiodo scomodo, per tutta la sua durata, o se un giorno qualunque, che non è dato sapere, non franerà giù dalla parete per il peso dei suoi quesiti silenti e la mancanza di risposte.

Quesiti che, in fin dei conti, poni anche a

te stesso nell’istante che precede la

fine di un anno e l’inizio di ciò che ne segue.


Nell'istante che precede l'inizio di una fine e l'alba di un nuovo avvenire, se per il mondo son le lancette, per te è il cuore che scandisce i secondi. Ed ogni battito è un ricordo che affiora, consapevolezza che prende forma, verità che si palesa. E tutto ha un sapore diverso. E gli sguardi che ci circondano, un senso più profondo.

Si organizzano nella tua testa, in un'ordinata fila indiana come una scolaresca educata, i buoni propositi da rispettare. Una lista di faccende in sospeso, la tua personale to-do-list verso il raggiungimento della felicità bramata.

E brindi alla vita, e attendi il conto alla rovescia con il respiro corto, mentre le immagini dell'anno passato scorrono veloci in una pellicola che custodisci nella memoria, spettacolo a cui tu soltanto, puoi aver accesso. Per tirare fuori il meglio. Per gettare fuori il peggio.

Ma poi... ecco che incalza la mezzanotte, e.

5...

4...

3...

2...

1...


ploop.


Sorrisi. Abbracci. Risate.

Si torna a respirare. Allenta la tensione. Si stendono i muscoli del viso.

Fino a quando, ecco che arriva, lo senti. Ti assorda, vuoi fermarlo - ti prego aspetta solo un secondo, solo una notte - ma le tue parole si perdono nell’aria, schiacciate da un...


tic, tac.

tic, tac.

tic, tac.

tic, tac.


Il sottofondo monotono che caratterizza l'anatomia di un'istante che si ripete allo scadere di ogni anno, che ci vede ogni volta diversi, eppur sempre simili. E chissà, se realizzati prima del tempo.

 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 29 nov 2018
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 24 nov 2020


Prima di arrenderti, ricorda che anche i giorni più duri si concludono con un tramonto, che anche il sole tocca il fondo per rinascere. Prima di arrenderti ricorda che è proprio lì, ferma che ti attende nell'alba di domani, la tua seconda opportunità, quella che oggi non vedi, quella a cui oggi non credi, quella che pensi di non poter vivere.

Prima di gettare la spugna, ricorda che la tua parola vale quanto la sua, che dentro di te si nascondono le potenzialità di una donna speciale, piena di voglia di esprimersi ma soffocata dalle paure e dai divieti, che stringono in gola e lasciano quella volontà di essere te, morire asfissiata.

Ricorda sempre che non commetti un errore a covar passioni, ad esprimere la tua personalità, ad avere momenti per te soltanto.


Prima di arrenderti, ricorda che esser moglie, compagna e mamma non ti priverà del tempo di essere in carriera, e che un tacco non fa di te un'altezzosa in cerca di vette che non può raggiungere, ma manifesta solo il desiderio di accorciare la distanza con il cielo. Volontà di ogni stella che nasce per splendere.

Ricorda che seguire la moda non è reato imputabile alla tua smania di attenzioni, ma libertà di espressione, e che il tuo corpo, come la tua disponibilità, non saranno mai usa e getta, svago, hobby, divertimento.


Ricorda di trovare il tempo di fare ciò che ami e vuoi, e non solo ciò che vuole chi ami.


Prima di arrenderti, ricorda che l'artefice della tua vita sei solo tu. Ricordati del tuo diritto di essere parte del mondo e non lasciare a nessuno il diritto di renderti essere di un mondo a parte.

Prima di arrenderti, ricordati dei momenti che ti strappano il sorriso e reagisci quando te ne privi per strapparlo agli altri.


E ricorda che la violenza verbale è devastante quanto quella fisica, che ogni rosa vale quanto una sberla, se donata dopo un errore commesso più e più volte. Che innestare una cattiva idea è più letale che somministrare veleno.

Non dimenticare mai di tutta la forza che hai dentro, anche se agli occhi del mondo hai il maneggiare con cura stampato in fronte. E ricorda sempre che la tua opinione non è mai informazione marginale e secondaria, che la tua voce non è rumore fastidioso, un ronzio da ovattare con un gesto improvviso e secco.


Prima di arrenderti alla tirannia, ricorda che non esistono catene che non si possono spezzare, anche se sono montate intorno al cuore. Ricorda che le si montano solo per avere controllo, e il solo controllo ammissibile oggi, è quello alla guida di un'automobile. Ricorda che la solitudine è insieme, quando insieme vuol dire solo noi.


Prima di arrenderti all'oppressione, ricordati chi sei. E non rinunciare a te.

Non dimenticare che lui indossa i pantaloni, ma tu porti la corona e che, come le principesse che abitano i tuoi ricordi d'infanzia, vai rispettata, amata. E anche se sprovvista di carrozze, cavalli bianchi e balli romantici, hai il dono più prezioso. E non è il principe azzurro, ma la pazienza.


Ricordati della tua capacità di saperti salvare da sola, di saper convivere anni e anni con il drago senza mai finire abbrustolita. Ricordati della tua capacità di trovare sempre la forza di tener duro, anche quando sulla tua folta chioma si inerpica, dimenandosi tra le ciocche - magari anche strappandotele per vezzo o rabbia - un uomo, che poi si prenderà anche il merito di averti tratta in salvo, mentre tu in silenzio lo lasci fare, credendo si tratti di vero amore.

Prima di arrenderti ricorda che il titolo di principessa se lo merita chi, come te, sa sopravvivere nonostante tutto, a testa alta. Chi si salva da sola e la dà a bere a l’uomo che crede abbia disperato bisogno di un eroe, di baci sensazionali che la risveglino e la riportino in vita dopo un sonno annientante e immobilizzante.


Prima di arrenderti ricordati di avere il coraggio delle principesse dei libri e delle fiabe, delle donne con il Potere, il solo reale, quello di sapersi valere, quello di sapersi bastare.


Ricordati di essere donna che risponde sempre con un sorriso dopo essere sopravvissuta alle ingiustizie, al dolore, alla paura. Donna che combatte la violenza e la sconfigge, soprattutto quando passa inosservata e nessuno ne parla più.


Ricordati di essere la donna che si ama davvero, che non si dà per vinta mai.


Prima di arrenderti, ricorda. E non ti arrendere.


 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 17 nov 2018
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 27 dic 2025


Le nostre vite si possono riassumere tutte, indistintamente, in un simpatico gioco delle parti con ruoli intercambiabili, passeggeri, un mix simpatico di interpretazioni pretenziose per nascondere una verità condivisa: siamo tutti pesci rossi intrappolati in un Domopak.

Passiamo il nostro tempo a tessere rapporti più o meno complessi, alla ricerca della felicità duratura, alla pari di quella che prova il bambino che - alla festa della parrocchia di quartiere - vince un pesciolino al tiro alla fune - ignorando completamente la verità dei fatti, ovvero, che noi siamo tutti quel pesce rosso che ancora si domanda perchè diavolo, nonostante stia nuotando da ore appellandosi a sforzi sovrumani, si ritrovi sempre al punto di partenza.


"Che poi, questo dannato punto, quale diamine sarà?! E chi è questo essere deforme con fauci grandi e sprovvisto di un dente nell'arcata superiore, che intorbidisce le acque e mi osserva con fare sadico?! Destino, Dio, Universo?!

Ah i pesci rossi e la loro capacità innata di porre quesiti estremamente interessanti, interrogativi che scavano nell'intimità, e pungolano nel profondo. Domande che, se ci immaginassimo pesci rossi quali siamo, ricorderemmo di rivolgere anche a noi stessi ogni volta che proviamo a muoverci, ci muoviamo, ma restiamo sempre là. Quei quesiti che precedono la fastidiosa sensazione di vuoto e insensatezza. Sensazione che finiamo per attribuire al bambino senza un dente che di tanto in tanto vediamo avvicinarsi a picchettare il vetro del nostro acquario.


Siamo tutti pesci rossi con quel lieve difetto di memoria e, va sempre a finire che, passa un minuto oppure una vita intera, e dimentichiamo di esserci posti le domande, di aver avuto intuizioni, barlumi.

Peccato. O per fortuna. Perchè come tutti i pesci rossi, trascorriamo ore a girare vorticosamente in una boccia del diametro di venti centimetri con la convinzione di esserci spinti chissà quanto in là nell'universo. Se siamo pesci nati sotto una buona stella, pesci privilegiati, si intende, di quelli che hanno avuto la fortuna di respirare, scampati al sacchetto di plastica trasparente per surgelati, legato a nodo stretto.


Insomma, in definitiva, tutti siamo pesci rossi intrappolati in un Domopak, in costante e affannosa ricerca della nostra meta, di un punto d'arrivo e in perpetuo conflitto con il tormentoso e diabolico ripresentrasi dell'indefinito, seppur familiare, punto di partenza.

E ogni nostro perchè ha come risposta solo: granulato industriale, che attendiamo piovere dal cielo. Siamo pesci rossi sempre bramosi di una ricompensa inaspettata, seppur attesa, come una malattia che malattia non è, che ci ostiniamo a credere sia voluta da un gigante buono di cui non sappiamo l’identita, con l’animo tenero, da benefattore, ma anche sadico e meschino che ci concede qualche momento sporadico di approvvigionamento per i nostri cuori stanchi del monotono movimento ciclico.


Giochiamo al gioco delle parti per mascherare lo smarrimento, il nostro desiderio di spingerci oltre, la nostra incapacità a ricordare la Strada. Però siamo solo e soltanto pesci rossi intrappolati in una boccia, innamorati del misterioso scorrere oltre il vetro, talvolta così follemente accecati che delle volte capita che,


pluff


....


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