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Ancora 1
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 30 set 2017
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 11 mag 2020

Accade sempre che non te lo aspettavi. Tu stai lì, preso dalle tue cose, immerso nel tuo mondo sempre uguale, quando all'improvviso, eccolo che si presenta. Hic!

Un sussulto distinto che può durare un attimo come un’intera giornata. E' un sobbalzo che... hic! la prima volta percepisci appena, non ti sai spiegare ma che poi hic! si ripete, hic! ti entra in gola e ti toglie il respiro. Senti che aumenta di intensità e allora, hic!.. capisci.


Singhiozzo.


Nelle acque buie della tua mente affiorano interrogativi come boe galleggianti lasciate affogare per un po'. Tutte domande che poni a te stesso sempre e solo quando ormai il problema ce l'hai. Ti interroghi sul suo funzionamento, ti domandi da quanto programmava la sua exploit e con quale cura ha definito i particolari di quel piano malefico, di quell'effetto sorpresa. Ti chiedi se è stato minuzioso nel soppesare i movimenti, magari per evitare di essere scoperto o se, semplicemente, si fosse dato all'improvvisazione, preso da un momento di adrenalina. Ma alla fine poco contano le risposte quando il singhiozzo si presenta. Perché prima o poi succede a tutti, e quando arriva sorprende, sempre.

Specie quando il singhiozzo decide di infastidire la terra.


Hic! si infila nelle case e hic! si ripete, più volte, sempre più forte e scombussola gli appartamenti, strappa i bambini dai sogni, le vecchiette dalle poltrone, i cuccioli dai tappeti. Danza con i tavoli imbanditi a colazione e strattona le librerie, come a voler deridere la conoscenza dell'uomo, che nulla può contro il singhiozzo della terra. Entra in scena, ferma le lancette, gli oggetti prendono vita.

Hic!

Cornici che saltano giù dalle mensole.

Hic!

Bicchieri di cristallo che intonano un canto delicato dal suono dolce, di un invito ad un brindisi.

Hic! E subito hic! hic!

Le fiinestre tremano e battono i denti lagnandosi del freddo della notte che ormai è finita.

Hic!

Corse. Pianti. Urla. Boato. Porte con parkinson. Stoviglie che TinTinTinTinTin. Quadri suicidi. Respiri rotti. Cocci di vasi come note su un piano.

poi... ....

Silenzio.

...

finito.

La terra si arresta. I cuori riprendono a battere.

Il singhiozzo ha deteriorato le pareti, ha sgretolato le certezze e lesionato le anime. Ha saccheggiato le case e rapito le speranze. Ha liberato nell'aria fuliggine amara. Polvere è tutto ciò che resta dei sacrifici di chi ha lottato per costruirsi un avvenire.


Dalle volanti assicurano che si può tornare alla normalità, nessuno però ci crede fino in fondo perché si potranno anche rimarginare le crepe, raccogliere i vetri, spazzare le macerie, ma non si potrà spazzare via con una scopa la paura di una porta che sbatte, cancellare con un po di vernice fresca il panico da lampadario che oscilla e da bottiglie con l'acqua che scandisce gli impercettibili respiri del mondo. Non basta una vita a cancellare la sensazione di infinita piccolezza. Perché accade sempre che...

Hic!

non te lo aspetti.

 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 30 set 2017
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 20 ago 2018

Nell'ultima sera della propria estate il rintocco delle lancette scandisce i battiti del cuore e ogni secondo, come per magia, prende forma e colore, vestendosi delle più belle emozioni. Così nell'ultima sera della propria estate, il tempo è un padrone tiranno. L’orologio che fino ad allora si era indossato come accessorio da sfoggiare, in quell'ultima notte davvero per sé, ricorda agli animi liberi che la vita scorre in fretta e nulla può impedirglielo. Allora si cerca conforto nel blu della notte, si contempla il cielo, con la speranza, che non si riaccenda più.


Nell'ultima sera della propria estate l’aria è dolciastra. Di tanto in tanto una folata di nostalgia solletica i nasi ed il prurito fa lacrimare un po’. Le perle liquide di malinconia bagnano i dorsi di qualche valigia, che non ingannerà l’addetto ai controlli e di certo finirà in stiva all’aereo, perché troppo pesante.


L’ultima sera della propria estate i bagagli sembrano essersi ristretti, anche se la quantità degli indumenti non è cambiata. Ma il viaggiatore sa che l’ultima notte della propria estate ci si porta dietro il ricordo di serate umide, musica e sorrisi, e che le borse traboccano dell’aria di salsedine, rimasta incollata ai costumi, e di volti, quelli di sempre ed altri nuovi. E magari è complice il peso di qualche vasetto di troppo, nascosto con cura dalle mani nodose di una nonna gentile, di una mamma premurosa che ha il cuore più stretto, in quella sera che sa di saluti.


L’ultima sera della propria estate rappresenta la sola chance che si ha per vivere il momento come solo e irripetibile. Come sola occasione per cercare, per cercare di ripararsi dentro, per non pensare, per seguire l’istinto, per esaudire il desiderio espresso la notte delle stelle, che però l’ultima notte d’estate sembrano non voler cadere, come a suggerire “adesso sta a te, fautore del tuo destino”.



L’ultima sera della propria estate si organizzano incontri. I caffè non sono mai abbastanza e le granite, i coni gelato, le fette d’anguria e qualche thè ghiacciato al limone fanno da contorno e riempiono l tavolino del bar per ritardare i saluti, ancora di un po’. Quell’ultima e memorabile sera, non si è mai sazi, lo stomaco, ormai allenato chiede di più, e cosi anche il cuore, affamato di sguardi e sorrisi. Ed è proprio nell’ultima sera d’estate che avverti il rammarico di non averne avuti abbastanza, di volerne ancora.


L’ultima sera d’estate si gettano le chiavi della propria anima in fondo al mare. E da quel momento ha inizio lo sciabordio che accompagnerà l’umore del viaggiatore nelle ore di ritorno a casa.


Ma in fondo, l’ultima notte della propria estate, è la prima di una nuova stagione. E’ la primavera dell’uomo che sa osare e che dalle ceneri di un inverno freddo e pungente, ogni giorno fiorirà.

 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 30 set 2017
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 15 ott 2017


Niccolò Ammaniti, Anna, Einaudi, pag. 288, 19 euro


Anna è una ragazzina di tredici anni che si aggira in una Castellammare silenziosa e bieca, città fantasma nel cuore della Sicilia in cui si respira aria di morte. Un luogo in cui il vento non soffia, non si muove una foglia, e il caldo secca le fauci. Una realtà in cui tutto è immobile e anche il tempo sembra essersi fermato. Le lancette degli orologi non girano più e al mercato del baratto un quadrante vale quanto un Boeing 737 o uno Smarties ammuffito: meno di niente. Un disco di Massimo Ranieri, quello invece, è oro.

In un’apocalisse che ha sterminato la normalità, Anna impara a scandire i giorni che trascorrono lenti guardando il sole calare, avverte che la memoria le si sgretola come un castello di sabbia abbattuto dalle onde, che il ricordo del mondo passato svanisce cedendo il posto ad una realtà primitiva, fatta di razzie e scambi, di incontri felici e di altri sgradevoli. Di lotte alla sopravvivenza, di valori che mutano. E le cose importanti, quelle che non devono essere mai dimenticate -come la musica di Massimo Ranieri che il papà di due gemelli, proprietario di un supermarket, adorava – sono conservate tra le pagine di un vecchio quaderno, ma che, anche in un mondo senza tempo, sanno logorarsi, e l’inchiostro sa sbiadire.


Nel 2020 la Sicilia dell’immaginario di Ammaniti è un’isola che non c’è popolata solo da bambini, sopravvissuti alla tanto temuta Rossa, orfani che convivono con le carcasse dei genitori sparse per casa. Brancolano in una quotidianità oscura fatta di femori sulle poltrone, clavicole nascoste nei cassetti, crani sui letti, corpi violati dagli insetti nel cortile a bordo di auto che non partono più e intasano le strade. Cadaveri di mamme custoditi sotto chiave, nascosti dietro una porta fino al giorno in cui saranno più leggeri e potranno essere seppelliti da figli gracili e magrolini.

Un futuro dipinto dall’autore di “Io non ho paura” come un eterno addio dei figli ai propri genitori.

La protagonista Anna è l’impavida eroina di un’avventura al limite tra realtà e fantascienza. Incarna il dramma della ragazzina costretta a crescere troppo presto, perché schiacciata dal peso della responsabilità. Della piccola grande donna pronta a prendersi cura del fratellino Astor quasi fosse un figlio. Una ragazza maturata troppo in fretta, alle prese con lo strano mondo degli antibiotici e dei sonniferi, dell’alcol e della perdita dei sensi. Una bambina che ha imparato a non temere le tenebre, che si immerge nel buio pronta a riemergerne più forte il giorno dopo. Che non teme i cani grandi e grossi che la inseguono per strada. Che non ha paura della morte e abbellisce i resti della madre con diamanti e pietre preziose.


Anna come tutti i ragazzini over quattordici sa di non avere scampo e che, crescendo, si ammalerà e sarà costretta ad abbandonarsi alla Rossa, la malattia letale che colpisce solo gli adulti. Affetta però già dalla speranza, è pronta ad inventare antidoti e a lasciarsi coccolare dalle fantasie d’infanzia, che ancora un po' le appartiene, di scarpe da ginnastica magiche, riti mistici e pedalò in grado di varcare lo Stretto e concederle la libertà di una vita sana e felice.


Cercando di scappare dalle soffocanti e temibili buste senza buchi, Anna scopre l’amore: quel sentimento di cui tanto parlano i libri della mamma. Il legame con il minchionaccio che strugge il cuore e la carne. L’amore per il fratellino che può arrivare ad uccidere quando tutto sembra essere perduto e quello per un cane che non muore mai.

Anna è una storia d’amore con la vita che, come tutte le storie d’amore, non importa quanto dura ma come la si vive. E con Anna la vita la si ama davvero.


- Non riesci a dormire?

- No. Tu?

- No.

- A che pensi?

- Ai cani che vivono al massimo quattordici anni. Come noi. In quattordici anni fanno tutto. Nascono, crescono e muoiono. Alla fine non conta quanto dura la vita, ma come la vivi. Se la vivi bene, tutta intera, una vita corta vale quanto una lunga, non credi?

 
 
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