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Ancora 1
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 1 ott 2017
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 18 gen 2019

Parlateci.

Fateci sentire le vostre voci.

Ancora. Parlate ancora. Più forte.

Marco, Paola, Domenico, Jessica. Dateci ancora speranza. Guidateci con le vostre preghiere. Parlate.


Silvana, Luciano, fateci sentire il vostro amore, fateci sapere che le vostre mani sono intrecciate, che i vostri corpi sono stretti in un abbraccio e le vostre speranze accese, come un fuoco che arde e si alimenta per combattere il gelo. Fateci sapere che siete ancora uniti, nella cattiva sorte come nella buona, a raccontarvi chissà quale scenario futuro, quale progetto o promessa che nascondete nel cuore. Fateci strada con le vostre voci. Guidate le nostre mani e il fiuto dei nostri cani.


E anche voi, parlateci, Sebastiano, Nadia. Parlateci. Parlate al piccolo Emanuele che chiede di voi. Suggeriteci le risposte da dare. Urlate insieme a noi un fragoroso andrà tutto bene. Urlate al di là di quel manto gelido che vi avvolge e vi trattiene a sé. Rompete il silenzio, rompete quel muro ovattante alto otto metri che vi separa dalla vita.


Hotel Rigopiano, parlaci dalle tue stanze di quel che rimane. Restituiscici i tuoi ambienti, le cucine e le stoviglie, i salotti e le poltrone, lasciati vedere, scopriti senza vergogna e mostraci le cicatrici di ciò che resta. Scrolla di dosso il peso del freddo destino che ti ha ridotto a una reliquia nascosta e restituiscici le risate che ti hanno attraversato e le lacrime che ora, insieme al ghiaccio, inumidiscono il tuo cuore.


Parlaci Rigopiano, parlaci della neve come se fosse l'amore. Raccontaci di come sa emozionarti, di come sa trattenere il respiro, quando candida scende dal cielo, un fiocco per volta, per posarsi sui tetti e sulle strade, sulle chiome di alberi assiepati e sui fianchi di un monte per regalare momenti di bellezza e tranquillità.


Raccontaci poi di come il respiro non vuol più restituirlo, descrivici come ruba l'aria che ci alimenta, come graffia i volti con i suoi artigli a stalattite e afferra le ossa in una morsa stretta. Di come brucia nel suo glaciale ardore, ferita aperta che non si sa rimarginare.

Raccontaci Hotel Rigopiano della vanità delle cose belle che, con il rintocco delle lancette, san diventare crudeli. Raccontaci dell'egoismo di quei fiocchi, così meravigliosi, che innamorati del panorama regalato dal Gran Sasso, hanno continuato a tuffarsi nel mondo, lanciandosi da una nuvola di passaggio, senza pensare alle conseguenze. Raccontaci di come si son trasformati in brina, poi in manto scivoloso, infine in trappola.

Raccontaci dell'insistenza di una risata che, da manifestazione di purezza, sa trasformarsi in arma che irrita e scuote i nervi. Parlaci di come la terra, solleticata dalla neve si è lasciata sfuggire una grande e potente risata tanto forte da scuotere il pavimento del mondo incantato su cui ti adagiavi.


Raccontaci Rigopiano, senza vergogna, di cosa si prova. Descrivici il senso di smarrimento quando le pareti hanno iniziato a tremare. Dicci cosa hai sentito quando il freddo ti ha pervaso e la slavina ti ha avvolto. Raccontaci di Giampaolo, Tobia. Dicci cosa hanno provato quando la neve li ha circondati, parlaci del mostro che li ha ingurgitati e che cercano di combattere da dentro. Dicci di Piero, Rosa, dei loro pensieri, dell'oppressione, come quella di un ascensore che resta bloccato, del battito che aumenta, dell'oscurità che li avvolge, della paura di non conoscere il domani. Aiutaci a capire la direzione che hanno scelto quando la neve li ha accerchiati. Dove hanno deciso di trovare riparo, dove si nascondono, quanto è profondo il pozzo di ghiaccio dentro cui sono reclusi.


Parla al tuo cuore Hotel Rigopiano, alla vita che nasconde. Agli ospiti, a chi ti conosce da sempre e ha riposto in te la speranza di una vita serena e stabile. Parla loro sottovoce, convincili a credere negli Angeli, quelli giusti, e invitali a seguire solo quelli, senza ali e aureole, vesti bianche e riccioli d'oro ma illuminati dalla stessa luce splendente al di là del buio. Infondi loro la speranza di essere salvati, fai sapere loro che son arrivati, gli angeli fragili con caschi e berretti, giubbotti antigelo e turbine per sconfiggere il male.

Fa' sapere loro che scavano con le mani che sanguinano e tremano. Che sono corsi in loro aiuto con un paio di sci e tanta fede nel cuore. Fa sapere loro che sono in attesa di un segno, di sentire voci da trarre in salvo. E che scavano, scavano, scavano. Anche se vedono solo bianco, anche se si tagliano con i cocci di vetro, anche se le schegge si insinuano tra i pori della pelle e ostacolano il lavoro. Anche se il sole cala, scende la notte, rispunta il sole e ricala la notte.

Parla ai tuoi ospiti, Rigopiano, di quegli angeli scalzi che scodinzolano, annusano e si lasciano inghiottire dalla trappola di ghiaccio rischiando la vita per la Vita. Racconta loro di quei nasi che combattono contro l'analgesico e disorientante aroma di disperazione e gelo a caccia della fragranza più bella, in cerca del profumo di speranza, di lacrime e preghiere.


Parlateci tutti, perché noi possiamo sentirvi e emozionarci. Perché possiamo versare lacrime di gioia e credere nella capacità dell'uomo di tessere il proprio miracolo.


 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 1 ott 2017
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 12 mar 2018

Dopo undici anni dal clamoroso debutto de Alla ricerca della felicità, Will Smith torna a farci riflettere sul significato della vita, della paternità e del dolore. Da uomo determinato e mentore amorevole, diretto da Muccino, con un piede sempre un passo nel futuro, capace di abbandonare il passato - moglie, stabilità economica, tetto sicuro - pur di rincorrere insieme al figlio la bellezza dell'essere felici con un sogno, in Collateral Beauty, il gigante buono indossa i panni di un padre disperato, incapace di applicare la nobile arte di lasciar andare la felicità passata e di accettare un cambiamento, un'evoluzione. Nel nuovo Canto di Natale, diretto da David Frankel, ci presenta una bellezza differente, quella nascosta dietro alla disperazione, alla sofferenza e al brutto, quella che si apprezza solo avendo il coraggio di immergersi nell'oscurità di un futuro scomodo, quella che tutti dovremmo saper vedere quando ci viene strappata la serenità a cui ci aggrappavamo con i denti e con le unghie.

Will Smith ci parla di bellezza collaterale.


Cosa si intende? Nonostante il concetto affondi le sue radici nell'intricata e ostica filosofia Hegeliana, l'attore ce ne parla in modo semplice, pulito, quotidiano e, perchè no, a tratti fiabesco.


Immaginate di dover dare una risposta al senso di tutto quanto, della vita, dell'essere umano, del mondo. Provate a tradurre tutto in tre concetti chiave, semplici e intuitivi. Amore, Tempo, Morte. Tre astrazioni alla base dell'universo, capaci di regolare il nostro agire quotidiano. Tre semplici idee che si annidano nel cuore, azionano i nostri ingranaggi e ci fanno muovere, ci suggeriscono una direzione, un obiettivo. Tre astrazioni come risposta a tutti i perché che ci poniamo sin dall'infanzia e che continuiamo a coltivare, seminare, trapiantare nel corso di tutta la nostra esistenza. Il perché di questa nostra esigenza a sentirci apprezzati, la motivazione che ci spinge alla condivisione, alla compassione, alla comprensione. Il perché che ci convince a balzare giù dal letto la mattina presto, a lottare contro il richiamo delle lenzuola, più attraente del canto di una sirena, e ad ascoltare quello della sveglia. La motivazione che ci spinge a vestire in un certo modo, il perché che ci permette di affrontare la paura di un ago, l'amaro di uno sciroppo, il graffio secco di una pillola.


Amore.

Tempo.

Morte.


Immaginate ora di essere traditi da tutti e tre gli ideali e di non avere più stimoli e risposte per affrontare quei perché, ormai stati svuotati del loro significato. Il rischio è quello di cadere in una pozza di cinismo e di non credere più nell'Amore, nel Tempo, che con una bugia, un'illusione, ci deride. Si rischia di non credere più al senso della morte che, delle volte prende la rincorsa e taglia il traguardo prima del dovuto. Dove allora trovare il senso della vita quando tutto sembra essere perduto? Dove cercare la bellezza, l'obiettivo, la promessa di felicità? Il rischio che molti di noi corrono è quello di fermarsi, e trovare la felicità solo in uno sbiadito e irraggiungibile passato fossile.

Nella pellicola che da una settimana ha emozionato tutte le sale italiane, Will Smith ci insegna un'importante verità spiegandoci che la bellezza, anche quando tutto sembra essere perduto, è sempre lì, accanto a noi, vestita di un senso nuovo, collaterale, che se colto, saprà infondere la giusta spinta in avanti per affrontare la vita.

Interpretando il ruolo di Howard Inlet, un brillante pubblicitario che perde prematuramente la figlioletta, "morta per una rara forma di tumore al cervello, il Glioblastoma multiforme - abbreviato GBM", impersonifica la sofferenza umana provocata da uno sgambetto da parte del destino che tutti, in forma più o meno grave, viviamo, abbiamo vissuto e, prima o poi, vivremo. Mette in scena la disfatta di un uomo ferito, che perde la fiducia nella vita e lo stato catodico e di passività in cui viene inghiottito. Mostra come la realtà che lo circonda, ai suoi occhi priva di senso, gli scorre accanto, continua ad andare. Il lavoro prosegue anche se arrancando, New York quasi ostentando sadismo, si imbellisce dei colori più belli con gli addobbi di natale. Il mondo respira, la gente punta la bussola verso il futuro, la città è un agglomerato di palazzi costruiti con il gioco del domino e il pubblicitario solo una tessera. Tutto scorre ma non il suo esistere, che è immobile, privo il senso.


Howard trascorre intere giornate al parco ad osservare i cani che giocano, come ad impersonificare quel pastore errante leopardiano che una notte, contemplando un cielo stellato, comprende la natura maligna dell'esistenza che lo costringe ad una vita diversa da quella animale, meno serena, razionale e tagliente. Si isola chiudendosi in un silenzio ovattante e "interroga l'universo in cerca di risposte" con la scrittura. Indirizza lettere piene di odio e astio proprio a quelle tre astrazioni incolpandole di aver reso l'uomo fragile, indifeso, semplice pedina del loro gioco. E va avanti così per anni fino a quando l'universo non risponde e le tre astrazioni gli si palesano davanti permettendogli di cogliere il senso di tutto e di comprendere il significato ultimo della vita e del dolore.

Tre attori, ingaggiati dai colleghi e amici preoccupati e disperati di Howard, anche loro uomini in parte delusi dalla vita, assecondano il dolore del padre ferito provando a convincerlo a trovare la bellezza collaterale nel presente. Così, ancora una volta nell'arte, nel teatro, tempio in cui ogni cosa anche la più irreale prende vita, si trova la risposta a quei perché. Ed Amore, Tempo e Morte cercheranno di aiutarlo a ritrovarsi aiutando al contempo anche i tre colleghi a ritrovare se stessi e la speranza.

Will Smith ci ricorda che tutta la vita è un grande effetto domino. Che l'universo è un'opera d'arte fatta di tessere e tasselli, che l'un l'altro si influenzano e che insieme creano un capolavoro. Che la luce e l'oscurità sono connessi, così come la Morte e la Vita, l'Amore e la Compassione, il Tempo e la Speranza. Che la società è fatta di tanti piccoli rettangolini di plastica connessi tra loro. Cade uno, cadono tutti in un grande ed esponenziale effetto catena. Che la morte di una bambina di sei anni, influenza le vite dei colleghi di Howard. Che la dedizione al dovere, al lavoro e al rispetto degli impegni presi con i colleghi - rappresentata da Kate Winslet - influenza il tempo di essere madri. Che il tempo, sotratto da una figlia a un padre adultero come Edward Norton, influenza l'Amore. E che l'Amore provato da Michael Pena per la sua famiglia, lo spinge a nascondere la sua malattia e influenza il suo morire. "Questa profonda connessione con il Tutto", è bellezza, arte collaterale che cogliamo solo dopo aver avuto il coraggio di distruggere una parte di ciò che amiamo. Di aver avuto la forza di spingere il primo tassello di una creazione domino che per ore, giorni, anni, vita abbiamo costruito e su cui abbiamo riposto i nostri momenti di spensierata e folle felicità. L'essenziale invisibile agli occhi del Piccolo Principe, che è lì anche quando non ce ne accorgiamo pronto a regalarci un senso. Una meta.

La bellezza collaterale sta tutta lì, nascosta nella catena che aggancia tutte le cose. Perché c'è sempre Amore, nella risata di una bambina così come nella disperazione. C'è sempre tempo, nella fiorente giovinezza così come nella grigia senilità. C'è sempre morte, nella paura del futuro e nella consapevolezza del passato.


E solo quando impareremo a lasciarci andare al respiro del mondo, che agita e soffia la tessera della nostra esistenza, solo allora, coglieremo il vero significato di bellezza collaterale. E la felicità non sara più un'affannosa ricerca, come tempo fa ci insegnava il gigante buono, ma solo un certo e duraturo magnifico e instabile presente (A tal proposito non perderti il mio articolo Dieci minuti per la tua vita).


L'ALLEGORICA IMPERSONIFICAZIONE DELLE ASTRAZIONI


AMORE la parte è stata affidata ad un'attrice giovane ma non troppo, come il sentimento quando è puro e sincero, donna come la maternità, fragile, sempre in precario equilibrio, sensibile alle azioni altrui, tanto da esordire scoppiando in lacrime. Una maschera comprensiva, capace di chiedere scusa senza esitare, pronta a dialogare, a farsi sentire, a ricordare che sta personificando "la trama di tutta la vita. La ragione di tutto".


TEMPO è stato interpretato da un adolescente, nel pieno dei suoi anni che, come il tempo, ha tanto da dare, donare, offrire, molto da prendere, tutto da consolidare, sempre pronto a crescere. Il tempo è un ragazzino aperto alla vita e aggressivo, impetuoso come il mare, arriva irrequieto e corre, corre, come un bian coniglio nel paese delle meraviglie. Spavaldo perché saggio, pronto a ricordare quanto relativismo si nasconde nelle nostre menti.


MORTE "la Morte è una donna bianca, anziana", come la conoscenza e l'esperienza. Un'attrice da Scala capace di interpretare tutti i ruoli, maestra di Amore, Tempo e Vita. Compassionevole, come l'Amore, inarrestabile, come il tempo, maestra di Vita, la sola in grado di guardare dentro, di insegnare il vero senso della bellezza collaterale: L'ACCETTAZIONE.

 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 30 set 2017
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 3 feb 2019


Nel corso della nostra vita siamo tante cose: siamo felici, tristi, arrabbiati, sicuri, scettici, con i capelli scalati, media lunghezza, lunghi, con lo shatush e la frangetta, il crestino e la boccia. Con cinque chili di troppo, cinque di meno. Con la testa fra le nuvole, fra le mani, fra le poltrone di un cinema, di un teatro, incastrata in un abbraccio.


Siamo anche, a volte, con gli occhi lucidi per le risate e per la commozione, per una perdita o per il solletico. E siamo soli, poi insieme, poi in compagnia ed ancora in gruppo; un po' troppo ampio, un po' troppo ristretto. Ed in coppia, mano nella mano, a braccetto, in cerchio. Siamo spesso in coda, in fila indiana: all'asilo, alla cassa, alla posta, al bagno del centro commerciale, al botteghino, in copisteria, al casello dell'autostrada.

Nel corso della nostra esistenza siamo abituati ad essere tante cose, ad esistere, a trascorrere la pausa misurata dal ticchettio appena percettibile delle lancette - pause di minuti, giorni, anni - esattamente alla stessa maniera. Esattamente come noi e solo noi faremmo. E questo, di solito, ci piace definirlo quotidianità. E la quotidianità, ci fa stare bene, ci protegge, ci tiene alla larga "dalla violenza della realtà", che sa davvero essere ostile quando si impegna.


La quotidianità, ci aiuta a scandire il nostro tempo, a programmarlo, a prevederlo, ci induce ad abbassare le difese. Ad esistere in un universo familiare e confortevole. Fino a quando non ci imbattiamo in momenti di rottura, come rivelazioni, epifanie, momenti in cui ci sentiamo "sottovuoto, con l'aria che manca, il corpo che si mette a galleggiare, per conto suo, dentro una specie di sacchetto. E fuori dal sacchetto tutto il mondo". Istanti in cui non siamo in grado di riconoscerci e rigettiamo la realtà dei fatti. E può accadere a trent'anni (La vita alla soglia dei trenta) , come a cinquanta o a dieci. Prima, o poi. Presto o tardi. Comunque arriva, sempre, quell'istante spigoloso a prendere il posto della confortante normalità che ci siamo costruiti e la punzecchia fino a renderla una "massa informe, sfilacciata, ferita, che come unico perno su cui girare ha lo smarrimento". Arriva per tutti e per ragioni differenti, come una malattia esantematica che bisogna contrarre per star bene dopo. E non c'è scampo, ci si deve passare. E in quel momento siamo soli, noi, il virus e la forza di volontà a fare da anticorpo.

Chi più, chi meno, tutti siamo chiamati a sbattere con la faccia sul pavimento. C'è chi è capace di rialzarsi e rimettersi in gioco, chi no. Ed è questo il messaggio racchiuso nel romanzo autobiografico Per dieci minuti di Chiara Gamberale, scrittrice ma ancor prima donna, con le sue fragilità e le sue paure, che ha reso testimonianza dello smarrimento dei trentacinque anni, "quasi trentasei".

E' questa la vera morale, il motivo per cui è necessario immergersi in queste meravigliose pagine: Chiara Gamberale ci pone di fronte ad una verità che non sappiamo accettare: che è inevitabile e qualunque sia il dolore che destabilizza la normalità, va affrontato.

E' indispensabile perciò occupare quella pausa tra un rintocco di lancette e un altro con le parole di Per dieci minuti. Perché capita, almeno una volta nella vita, di dover lasciare a malincuore la casa di sempre, come racconta la scrittrice con la Sua di Vicarello; di rinunciare alla quotidianità di paesino e adattarsi a quella frenetica di città. Capita. Succede, presto o tardi, di dover rinunciare alla protezione dei genitori, che per la Gamberale fino a poco prima erano dirimpettai, al massimo a qualche metro più in là, dall'altra parte dell'orto, sempre vigili e pronti a correre in suo soccorso alla prima chiamata. Però capita di dover lasciare alle spalle quella sicurezza annidata oltre ai pomodori, a qualche pianta di lattuga per qualcosa di estraneo, di lontano, che non si conosce. Per i palazzi, le auto, la convivenza matrimoniale, lo stress, i bisticci, gli impegni e la crescita personale. Capita, prima o poi, di essere silurati e dover lasciare il proprio lavoro, anche se lo si ama, per fare posto a qualcun altro, magari anche meno capace, meno brillante, che però è meglio di te agli occhi degli altri come è accaduto per Chiara, nei suoi "quasi trentasei" anni. Racconta nelle pagine del suo romanzo, una situazione comune, di come a malincuore, ha dovuto cedere alla vincitrice morale del Grande Fratello la Sua Rubrica, che in fondo SUA non è stata mai - come la casa a Vicarello, le certezze e la protezione dei genitori.


Ed è questo il punto.


Capita a tutti, prima o poi. Capita di ricevere una chiamata strappa certezze che ti mette con le spalle al muro. Un "non c'è l'ha fatta", un "non possiamo più permetterci di tenerLa", un fatidico "Non torno più", che ti ricorda di essere al mondo come un granello di sabbia su una spiaggia che, d'un tratto vien spazzato via nella sua immensa piccolezza. Basta solo una chiamata a cancellare la consapevolezza di esistere, di possedere qualcosa, di poter avallarsi del diritto di usare un pronome possessivo. Un Mio, Mia, Nostro.

Una semplice chiamata, come quella ricevuta dalla Gamberale da parte del marito e compagno di vita che le annuncia la fine di un matrimonio, ad abbattere.


E quando i ricordi di ciò che si era fanno male, bruciano e infiammano e le possibilità di ciò che si potrebbe diventare terrorizzano, ci si sente smarriti e bloccati da forze che non si possono governare. E proprio in quel momento, accade. Si perde il senso e il valore della quotidianità e di quelle pause regolatrici, di quei secondi e minuti e anni così traboccanti di passato che non tornerà più. E a Chiara, a tutti noi, ciò che resta è il dolore ed il rimpianto, in una grande e indifferente Roma che "se ne frega e basta" delle tue disavventure, dei sottovuoti. A riempire una mancanza è solo la consapevolezza di non potersi riconoscere nel mondo. E, magari, una terapista. E, magari poi, forse, un gioco.


Una sfida. Per chi non ha nulla da perdere. "Dieci minuti da spendere al giorno. Tutti i giorni. Per un mese. Dieci minuti per fare una cosa nuova, mai fatta prima. Dieci minuti fuori dai soliti schemi" per provare a smettere di avere paura e tornare a vivere. Per ricostruirsi un'identità nuova, che attende di essere vissuta.

Un gioco che Chiara decide di giocare e che le insegnerà a vedere il mondo con occhi diversi, a trovare il senso profondo di tutto quello che la circonda, a vedere l'essenziale, l'impercettibile...


E la gioia di imparare a usare i fornelli per preparare dei pancakes. E l'adrenalina di rubare uno yogurt da un supermercato. E di camminare di spalle, nel verso opposto per la città senza vergogna. E la spensieratezza di trascorrere il natale in compagnia di chiunque. Fino a capire, ad ammettere:


"Da quando la mia vita è vuota mi son accorta che è così piena"


Per dieci minuti è la testimonianza che "il meglio sta in tutte quelle esperienze che ancora ci aspettano", che "il meglio deve ancora venire". E che, per essere felici, è necessario costruire il proprio equilibrio, un mattoncino per volta, di dieci minuti in dieci minuti. Partendo, magari, da una lettura che vale la pena concedersi.

 
 
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