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Ancora 1
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 30 set 2017
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 2 feb 2019

Quando raggiungi la soglia dei trent'anni, la vita cambia colore, le tinte accese del mondo si attenuano e ogni cosa, anche la più vivace, invecchia investita da un'aura grigiastra che, in fin dei conti, non dispiace. Scoccati i trenta, sei un adulto, lo sviluppo del cervello raggiunge il suo apice e la realtà che fino a pochi giorni prima ti sembrava familiare e confortante, assume un ghigno malefico e trasuda ostilità. E così le candeline sulla torta imbarazzano, - riuscire a soffiarle tutte equivale a essere campioni mondiali di apnea - il giorno del compleanno diventa un funerale e gli auguri, condoglianze.


I trent'anni sono l'inizio di una ripida scalata di cui sai ben poco. Sono gli anni dei dubbi e delle incertezze, della vita da mediano fatta di giornate trascorse incollato allo schermo del PC e la paura incollata alle pareti del cuore. Gli anni in cui, in alcuni casi, il lunedì diventa domenica e il pigiama indossato tutto il giorno non rende più così felici e rilassati.


A trent'anni sei troppo vecchio per le giornate fuori casa e per le notti da leone con gli amici e ancora troppo giovane per lavorare a maglia e metter su famiglia. I banchi dell'università sono troppo stretti e le poltrone dell'ufficio ancora scomode. Così a trent'anni sei un po' un sessantenne, migliore amico di una tisana drenante ai frutti esotici e un giornale. E ti senti troppo avanti con gli anni quando un amico ti racconta di un seminario, una lezione, qualche esonero scampato. Degli esami custodisci solo un lontano ricordo sbiadito che, non l'avresti mai detto, ma rimpiangi con amara nostalgia.


A trent'anni sui social sei out. Preferisci pubblicare foto di gatti, citazioni e monumenti piuttosto che selfie e video-reportage della tua vita che ormai, inutile negarlo, non è più interessante come un tempo. Badi bene però dal mettere un adesivo con un cane che abbraccia un cuore gigante accanto ad una foto postata su facebook o di scrivere il buongiorno ogni mattina allegato all'immagine di una tazzina di caffè. Insomma, ancora hai una reputazione e non fai la fila all'Inps.


Snapchat, Tinder, Wechat sono per te un mondo misterioso che preferisci ignorare, un po' come Justin Bieber, Favij, gli youtuber e le divinità 2.0.

Quando hai trent'anni, o quasi, l'amore non ti strugge e ogni passo è ben pesato, perché temi di compierne uno falso e perderti per sempre. E a trent'anni non hai più molta voglia di smarrirti per ricominciare. Ad ogni rapporto provi a mettere una toppa e a ricucire i punti saltati con il tempo. Il risultato è quasi sempre un impastato bricolage mal riuscito di legami precari che, ai tuoi occhi, funzionano benissimo. Nel profondo però il tuo essere spaventapasseri non ti rende felice. E a trent'anni rimpiangi di non essere uomo di latta che al cervello preferisce il cuore.


Ogni momento è quello giusto per desiderare di mandare indietro l'orologio e tornare ai tempi in cui le responsabilità le lasciavi ai genitori. Alla stagione dei complimenti, dei sorrisi, dei baci rubati prima del coprifuoco e delle follie, vero carburante della vita.


Quando hai trent'anni ormai hai dimenticato come si fa a piangere. Nei casi più gravi anche cosa vuol dire sperare, azzardare, correre il rischio. Però conosci meglio i mille volti della paura. A trent'anni brancoli nel buio e temi i mostri della disoccupazione, della solitudine, dei capelli bianchi, del padrone di casa che chiede l'affitto, del canone RAI, del fine mese, della tassa sull'immondizia, dell'amministratore condominiale, del commercialista.


I trent'sono gli anni in cui devi muoverti, evolverti, ridimensionarti, anche se preferiresti iniziare a costruire. I trenta sono gli anni del transito. Gli anni del "non preoccuparti" che non funziona più.

 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 30 set 2017
  • Tempo di lettura: 2 min

Nascosta nell'oscurità delle acque brune e cullata dalle onde, una conchiglia se ne stava adagiata sul fondale ad ammirare la vita che le nuotava accanto.

Senza pinne e senza parola, l'esistenza del piccolo guscio di mare era statica e si consumava lenta. L'anima di una così piccola creatura incapace di agire, impotente nell'immenso oceano blu, era pesante.


La giovane creatura se ne stava notte e dì ad ammirare il mondo marino senza mai riuscire a prenderne parte. Buona e generosa, viveva della felicità degli altri e servizievole aiutava il prossimo, sfruttava tutte le forze a sua disposizione pur di compiere del bene, senza chiedere mai nulla in cambio. Il suo triste destino però la alienava, la sua diversità la isolava. Un diamante allo stato grezzo, pieno di grandi qualità ma calpestato.


Un giorno la tenera conchiglia origliò le chiacchiere di un banco di pesci pagliaccio i quali, spavaldi, si preparavano al debutto, esercitandosi per il nuovo spettacolo. L'arte dei pesci pagliaccio è quella di infangare chiunque per ottenere fama e successo e quella mattina deridevano i molluschi dalla corazza pesante, perchè incapaci di danzare nella spuma nivea.


Le parole pungenti dei pesci e la loro perfidia scalfirono il guscio duro e resistente della conchiglia e un piccolo sassolino s'intrufolò nella ferita. Per giorni e giorni versò lacrime. Quelle gocce di dolore brillavano come i raggi argentati della luna quando tagliano le acque dell'oceano.


Stanca e disillusa, la piccola creatura si sentiva pronta a fare il grande salto e compiere la metamorfosi. Spoglia di ogni emozione, vuota e incapace di sopportare il peso dell'anima stretta nel guscio, da mollusco si sarebbe trasformata in granello di sabbia e avrebbe trascorso l'eternità sepolta nel cimitero di coloro che non sono legati ad alcun ricordo, delle esistenze fugaci, non commemorate, immerse nella piena solitudine. Determinata ad abbandonare l'anima e sgretolarsi, la conchiglia invocò l'aiuto dei pesci pulitori.


I pesci erano pronti e avrebbero agito subito. Accerchiarono la conchiglia e si prepararono ad attaccare.

La mano calda di un pescatore, ammaliato dalla bellezza della conchiglia argentata, scacciò i pesci e afferrò la creaturina. Una volta salito sulla sua imbarcazione si sedette e con un coltellino da caccia, aprì piano il guscio.


Il cuore della conchiglia era una splendida perla preziosa, grande, levigata, dal valore inestimabile. Il pescatore la raccolse e la nascose in una tasca guardandosi attorno con aria di chi ha scovato un tesoro e non intende dividerlo con nessun altro. Era eccitato, stupito. Avvicinò la conchiglia all'orecchio e ascoltò la sua voce, un canto dolce:


"Grazie per avermi donato la libertà"


La barca del vecchio pescatore era illuminata dalla luce del tramonto. Impigliati nella rete i pesci pagliaccio guizzavano soffocando.

 
 
  • Immagine del redattore: Laura Spadoni
    Laura Spadoni
  • 30 set 2017
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 28 gen 2021

L'eco della stanza vuota risuona di assenza e mi rattrista. La luce fioca che penetra dalla vetrata della porta d'ingresso mi accarezza, ma non basta. La stazione dei treni in un paesino di campagna alla sera è il mio incubo peggiore. Dove sono quelle splendide creature?


Dalla griglia del cestino dei rifiuti riesco a sentire il silenzio, mi assorda e mi guarda dritto negli occhi. Siede sulla panchina in ferro accanto alla biglietteria. Attendo l'alba di un nuovo giorno, quando la stazione si ripopolerà.


Ah, gli esseri umani. Lacrime, rullo di tamburi ed eccoli che arrivano. Il loro ingresso è sempre così trionfale. Entrano in scena e le percussioni suonano a festa. Ne sono tremendamente affascinato. Ognuno di loro mi attrae e incuriosisce in egual modo. Sono così catturato che non posso fare a meno di sbirciare tra le culle degli ospedali ed essere presente alla loro nascita, nascosto dietro le lacrime di gioia della donna che li ha portati in grembo. Osservarli mi rilassa. Così veglio su di loro, notte e giorno, in ogni momento della loro giornata, della loro vita. Veglio su di loro quando iniziano a muovere i primi passi e spesso mi trovo ad accompagnare i gesti di apprensione dei loro genitori. Quanto vorrei ora fare un salto in ospedale. E lo farei, se solo potessi muovermi.


Quegli esseri umani in miniatura sono ipnotici. Guarderei per ore i piedini che barcollano, in bilico tra il marmo freddo e pungente del mondo e l’incontaminata astrattezza dei sogni d’infanzia. Quei piedini soffici e immacolati che il tempo, mio acerrimo nemico e fedele compagno, si ostina a portar via con prepotenza ed egoismo quando cominciano a prendere confidenza con il pavimento scosceso della vita. Il tempo, lo stesso che imprime loro le prime vesciche, i calli, le cicatrici, le ferite.


Quante ferite ho visto dopo che queste affascinanti creature hanno deciso di stringermi la mano e presentarsi. E le mani, ah, le mani. il mio altro pallino. Quante mani ho visto stringersi, sfiorarsi, cercarsi. Con le mani gli uomini mi riconoscono, parlano di me. Parlano di me quando i polpastrelli saggiano la purezza di un viso delicato. Parlano di me come se fossi una legge chimica ma sanno quantificarmi solo con due numeri, zero ed infinito, nulla ed eterno. Parlano di me come se vestissi sempre di rosa, quando invece è il colore che mi sta peggio. Parlano di me come se fossi donna, quando in realtà sono ben lontano dall'essere umano, mio malgrado. Parlano di me in tutte le lingue del mondo. Parlano di me, ossessionati e mi attribuiscono mille nomi, ma tu se vuoi, chiamami Amore.


In molti invidiano il mio compito, io invece ne farei volentieri a meno. Gli umani non mi comprendono e, seppur considero loro le creature più affascinanti del mondo, le trovo abbastanza scomode. Stolte. Il mio compito è alquanto elementare, non molto difficile da comprendere: sono stato creato per abitare il cuore della gente ma non tutti i cuori sono ospitali.


Cuori. Ne ho conosciuti di tutti i tipi, alcuni stretti e angusti, così bui che son corso via solo dopo pochi istanti. Altri umidi come cantine. Ne ho visti di teneri come il manto di un cucciolo e di luminosi come il cielo d’estate, quando il sole tramonta lento e la luna è così grande che annienta l’oscurità. Conosco cuori con l’antifurto, di quel modello che chiude i cancelli e serra le porte non appena fiuta la mia presenza. Cuori ballerini, cuori mascherati, cuori feriti, cuori spezzati. E poi ci sono i cuori come quello di Sofia che sono il melodioso suono di un pianoforte a coda. Il cuore di Sofia. Una villetta a due passi dal mare su una spiaggia poco affollata con la sabbia bianca e l’acqua che è uno specchio. Una reggia che avrei potuto occupare per tutta la vita, se solo la sua non fosse stata così veloce da sfuggirmi.


La storia che sto per narrare ha per protagonisti un cuore di sabbia bianca, uno sconosciuto, un treno e una manciata di parole. Se credi che si tratti dell’ennesima storia d’amore, puoi star tranquillo. Questa non è una comune storia d’amore. Questo è il momento esatto in cui è l’Amore a narrare una storia. Ti racconterò di come sono finito in un cestino della spazzatura tra cartacce e pacchetti di sigarette accartocciati in una stazione deserta. E faresti bene ad ascoltare se anche tu, come molti altri della tua specie, ti chiedi spesso dove sono.


Il treno è affollato, un groviglio esseri umani incastrati come tessere di un puzzle. Il vagone in cui si fa largo Sofia ogni mattina, ricorda un grosso formicaio brulicante di uomini e pensieri, un agglomerato di vite in movimento. Li osservo come un bimbo, tutti i giorni, alla stessa ora, senza perdermi neppure un secondo, puntando la mia lente d’ingrandimento su quella massa informe.


La stazione dei treni è come una magia a cui anche Sofia prende parte.

Tutte le mattine un cuore di sabbia bianca fruscia silenzioso in un coro di anime, tra le mani stringe delle parole. I capelli color grano sono sempre fuori posto, arruffati come gli scarabocchi che ha al posto dei pensieri. Se ne sta seduta scomposta su un sedile cigolante a gustarsi le parole quasi fossero una brioche calda appena sfornata ripiena di marmellata d’albicocca. Nel vagone non esiste nient’altro. Solo lei e quel piccolo mazzetto di parole dalla copertina blu.


Sono affascinato ed incuriosito dalla creatura dai capelli color oro. Un giorno mi son domandato cosa celassero i suoi occhi timidi, nascosti dietro le pagine di quel libro. Non sono riuscito a resistere alla tentazione e le ho guardato gli occhi. Erano profondi, tanto da non cogliere il colore dell'iride. Sembrava simile al nero catrame, come le parole che divorava senza mai alzare la testa per guardarsi intorno. O forse verdi prato, come l’erba fresca di rugiada alle prime luci dell’alba, quando fuori regna ancora l'ombra. Erano profondi, profondi come il fondo dell’oceano, di un blu intenso e denso.


Il mio primo grande errore: avvicinarmi troppo alla ragazza per soddisfare la mia curiosità.


Riflessa nei suoi occhi, ho letto la parola speranza prima di scoprire che in realtà il suo iride aveva un colore simile all’ametista ed era di un rarissimo viola intenso. Nel suo sguardo mi sono specchiato a lungo quel giorno e, vedendo il mio riflesso nelle gemme umide che aveva al posto degli occhi, provavo grande appagamento. Mi sentivo reale, vivo. La S di speranza, quella parola incastrata nella retina di Sofia, sgomitava per riprendersi la scena prima di mutarsi in un’altra consonante, in una T, la T di Treno, Trambusto, Traffico, Tristezza. Una T che esalò presto il suo ultimo respiro e cedette il posto ad una P di Passeggero, Panca, Prenota-fermata, Pianto, Preghiera.


Ero folgorato da quella magia, gli occhi si cibavano di parole. Ed ero impietrito, tanto da non accorgermi che un ragazzo semplice, assordato dall'ugola del suo lettore mp3, seduto di fronte a Sofia, mi invitava a visitare le stanze del suo cuore, trafitto da quel porpora liquido. Ho sentito amalgamarsi il rullo di tamburi che precede sempre l’invito ad entrare al rumore del treno sulle rotaie. Il suo cuore aveva preso a battere, intonava un canto, quello dell’Amore, ed è così che sono stato costretto a traslocare, lasciandomi alle spalle la ragazza dagli occhi di gioia.


Il cuore del ragazzo semplice era un murales carico di colori e rabbia. Una camera piena zeppa di poster e graffiti. In un angolino nascosto del suo cuore però, un piccolo pennello giaceva in un secchio di vernice bianco innocenza e attendeva un ospite che ripulisse quell'odio cromatico nei confronti della vita. Ed io l’ho afferrato.


Davvero, non avevo capito che il cuore di sabbia di Sofia, bello come il sole nei suoi capelli, respirava affannosamente. Era un fiore su un davanzale che si aggrappava alla vita con tutte le forze, ma che stava appassendo nell'oscuro dimenticatoio di chi avrebbe dovuto abbeverarlo. Stava seccando e fragile, tumulava la speranza di ricominciare a vivere su un ramo di pesco e riprovare l’ebbrezza di sentire la linfa scorrergli nelle vene.

La vedevo tutte le mattine dallo spioncino del cuore del ragazzo semplice che, puntuale come un orologio svizzero, attendeva il treno in stazione. Aveva l'occhio vigile, sempre in cerca della divoratrice di parole.


Tutte le mattine per una settimana ha collezionato scossoni e insulti pur di occupare quel posto, proprio di fronte a lei.


Giorno I

Un cuore di sabbia divorava parole su un sedile cigolante. Fuori c’era il sole. Aveva gli occhi macchiati d’inchiostro e i lunghi capelli che le solleticavano il viso.

Un ragazzo semplice sedeva di fronte ad un cuore di sabbia. Aveva i piedi irrequieti e lo sguardo rivolto in avanti, un silente ciao. Ignorato.


Giorno II

Un cuore di sabbia divorava parole su un sedile cigolante. Fuori pioveva. Stille luminose come diamanti bagnavano gli occhi e i lunghi capelli le si appiccicavano al viso.

Un ragazzo semplice sedeva di fronte ad un cuore di sabbia. Aveva i piedi che facevano cick-ciack e delle parole incastrate tra i denti. Non volevano bagnarsi. Non volevano uscire.


Giorno III

Un cuore di sabbia divorava parole su un sedile cigolante. Fuori era estate. Aveva gli occhi anelanti e qualche capello qua e là che accarezzava il viso.

Un ragazzo semplice sedeva di fronte ad un cuore di sabbia. Aveva i piedi sui carboni ardenti e le dita che si intrecciano. Un dubbio lo assalì.


Giorno IV

Un cuore di sabbia divorava parole su un sedile cigolante. Fuori era nuvoloso. Aveva gli occhi stanchi e una bandana rosso fuoco legata al capo, le frange di nylon accarezzavano il viso.

Un ragazzo semplice sedeva di fronte ad un cuore di sabbia. Aveva i piedi fermi, vestito di nostalgia. Il sole... dov'era?


Giorno V

Un cuore di sabbia era su un sedile cigolante. Fuori era appiccicoso. Aveva gli occhi arrossati e un tubicino fantasma che solleticava il naso e accarezzava il viso, premuroso.

Un ragazzo semplice sedeva di fronte ad un cuore di sabbia. Aveva i piedi che tremavano e tra le mani un pezzo d’inchiostro ed emozioni. Lo nascondeva nella tasca del suo jeans.


Giorno VI

Un cuore era su un sedile cigolante. Fuori faceva freddo. Aveva un sacchetto di caramelle ben saldo tra le manine e di tanto in tanto il viso sfiorato da una carezza materna.

Un ragazzo semplice sedeva di fronte all'assenza.

Prenotò la fermata e scese. Dalla tasca del jeans tirò fuori un pezzo di inchiostro ed emozioni e si allontanò.


Giorno VII

Da un cestino dei rifiuti sbuca dell’inchiostro accartocciato su cui sono stato incollato con dell’adesivo. Tra le pieghe del foglio una manciata di parole, muoiono asfissiate:

Ti rivedrò domani?

 
 
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